Parole e storie nella nelle quali s’incastrano come tessere di un mosaico un doloroso grumo di frasi, fatti e vita. Un dramma crudo, dove il ricordo è sofferto perchè è il ricordo della propria terra. Lasciata. Che ancora oggi riemerge con forza. Il trattato di Parigi del 1947 ratificò il passaggio di Istria e Dalmazia alla Jugoslavia, scatenando l’esodo della stragrande maggioranza della popolazione italiana (circa 300 mila persone) che abbandonò tutto, case, averi e terra, cercando rifugio in Italia o emigrando oltreoceano.

Oggi purtroppo siamo ancora davanti, ogni giorno, a simili tragedie. Le guerre e le violenze hanno generato e generano nuovi profughi. È palpabile lo stato d’animo degli italiani che vissero quei momenti, l’emarginazione nei loro confronti, il male perpetrati dal regime di Tito, l’intreccio di storie di tanta povera gente la cui unica e ultima scelta era di restare, perdendo la propria identità nazionale, o andarsene verso l’ignoto.

Da quasi tre lustri, il 10 febbraio, si celebra il Giorno del Ricordo (istituito con la legge del 30 marzo 2004) per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. È anche grazie ai tanti profughi che giunsero a Torino e in Piemonte, oggi rappresentati dalle nuove generazioni che significano la continuità ideale, se quella storia non sarà mai dimenticata. Non dovrà mai essere dimenticata.

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