Grazie alla cortese concessione di Federica Cravero di Repubblica, pubblichiamo qui di seguito la sua inchiesta sui senza fissa dimora a Torino, con le interviste a Linda Senfett e Elena Apollonio





«Da due mesi. Sto qui da dopo l’estate. Prima avevo una casa qui a Torino, io sono cresciuta qui». Poi? «Poi non sono più riuscita a pagare l’affitto e mi hanno sfrattata. Qualche lavoro lo facevo: dog sitter, cat sitter… Quest’estate mentre la gente era in vacanza, io guardavo i loro animali. Ma non bastava». Alessandra, 23 anni, la scuola lasciata in seconda superiore e una famiglia segnata dal lutto, ha l’aria di non sapere cosa siano le vacanze, seduta su un giaciglio che si è preparata con coperte e cartoni e che divide con un amico e una cagnetta sotto i portici di via Viotti. Mentre parla si stropiccia le dita annerite dalla strada e giocherella con un anello che sa di ricordi di famiglia. Un carrello della spesa pieno di cose è il suo armadio e sopra, appoggiati, ci stanno un quadretto con la madonna e una giacca pesante, che è sempre bene avere a portata di mano se le temperature si fanno rigide. «Non ti ho mai visto in giro, vieni a trovarci. Conosci La sosta? Ti puoi fare la doccia, ti laviamo i panni e parliamo un po’, se ti va», si fa avanti Linda Senfett, responsabile del centro di accoglienza di via Giolitti 41, gestito dalla comunità di Sant’Egidio. Un centro diurno che in queste settimane si sta preparando, in collaborazione con la diocesi, a diventare anche casa-dormitorio per sei senzatetto durante l’emergenza freddo, da novembre a marzo.

In tutto si stima che gravitino a Torino un migliaio di clochard. Alcuni sono in transito attorno alle stazioni, stanno un po’ e poi se ne vanno. Altri sono presenze storiche, persone che si conoscono da così tanto tempo che sembrano essere diventate colonne dei portici di questa città. Senza che nessuno sia davvero riuscito a trovare per loro una sistemazione. «I senzatetto sono anzitutto persone, non ingombri da spostare – dice Jacopo Rosatelli, assessore alle politiche sociali – e mai come in questo periodo la povertà e la perdita della casa è un pericolo che tocca molte più persone rispetto a un tempo, poiché la crisi e la guerra ha fatto saltare bilanci familiari che stanno appesi a un filo. Siamo tutti coinvolti e o tutti si salvano o tutti ne usciamo sconfitti».

Di notte la mappa del centro storico rappresenta una geografia umana che di giorno si fa fatica a vedere, tra i negozi aperti e la gente che si affretta di qua e di là. Sono le dieci di sera, i torinesi tornano dal cinema o dal teatro e verso piazza Carlo Felice, via Roma è piena di donne sui 50-60 anni, per lo più romene, neanche una parola d’italiano, ognuna sulla propria coperta, una dietro l’altra. È un fenomeno nuovo. Sembra che qualcuno le abbia scaricate lì tutte assieme e non ti spieghi il perché. Poco più avanti, in piazza Cln, due uomini sono coricati vicini. Uno tiene il cellulare vicino vicino alla faccia per non inquadrare quello che sta dietro di lui. «Sto facendo una chiamata con la mia famiglia in Romania. Ho sei bambini piccoli e sono qui per loro», racconta Nikolaj, 47 anni, arrivato tre mesi fa. «No, loro non sanno che vivo per strada. Sanno solo che sono con mio fratello», dice indicando David, tre anni più grande, nel sacco a pelo accanto al suo. Dice che ogni tanto qualcuno lo chiama per un lavoro, «qualunque cosa per 40-50 euro al giorno». E sono tutti soldi che gli restano in tasca, se non paghi un affitto e mangi alle mense dei poveri. «Più o meno sono riuscito a mandare a casa 200 euro al mese e per la mia famiglia è tanto», dice. Galleria San Federico lunedì sera era stranamente quasi vuota, ad eccezione di tre sacchi a pelo e altrettanti sacchetti di nylon con la cena. E così anche piazza San Carlo: eppure fino a poche notti prima le arcate erano un dormitorio a cielo aperto. E chissà dove si sono spostati. Sotto i portici di via Viotti trovi gli italiani: alcuni hanno tirato su cartoni dritti come pareti di cartongesso e si mettono a dormire davanti alle vetrine di una pizzeria chiusa da tempo. Sotto il porticato del “Palazzaccio” davanti al duomo, invece, c’è una fila di ragazzi giovanissimi, quasi tutti arrivano dall’Africa Subsahariana e sono senza documenti, cosa che impedisce loro di avere accesso ai servizi.

«Non è vero quello che si dice, ovvero che ci sono letti a sufficienza per tutti e che sono i senzatetto che non vogliono andare in dormitorio. Secondo la nostra stima mancano almeno 200 posti. E comunque, al di là dei numeri, è la qualità dell’accoglienza che conta. Manca però una visione a Torino e manca la consapevolezza di quanto sia urgente affrontare la questione sociale», spiega Elena Apollonio, esponente di Demos e consigliera nella maggioranza di Lo Russo in Sala rossa, che due giorni fa ha presentato una mozione in consiglio comunale, perché dei senzatetto «non si parli in termini di degrado urbano, ma di persone». Il pensiero, in questa fine di ottobre, va anzitutto al prossimo inverno. «Ci stiamo battendo per il superamento del modello dei dormitori e in particolare di via Traves: chiunque abbia visto quel posto ha ben chiaro davanti agli occhi che l’emergenza freddo non si può affrontare in quel modo», continua Apollonio.

In ogni caso ci sono problemi che non sentono le stagioni. Molti senzatetto hanno dipendenze o patologie psichiatriche, ma spesso non sono inseriti in adeguati percorsi di cura. I volontari che tutti i giorni e tutte le sere incontrano chi ha per casa un materasso e una coperta sanno bene quanto sia difficile trovare una soluzione per ciascuno, ma non smettono di provarci. Conoscono le loro potenzialità inespresse e conoscono i loro vizi, li sentono sognare una vita diversa e li vedono anche agitati quando l’alcool parla per loro. E al centro diurno La Sosta li accolgono quando vanno a farsi una doccia e cambiarsi prendendo gli abiti da una cassetta che ha il loro nome e la lista di pantaloni, maglie e biancheria che lasciano sporchi e che ritrovano puliti da una volta all’altra. Che è la cosa più vicina a una routine casalinga. Housing first, è il mantra che dovrebbe togliere dalla strada i senzatetto. Ed è vero che la casa è una premessa fondamentale per far ripartire una vita «ma la casa è anche solitudine per molte persone, mentre la strada è socialità – dice con realismo Linda Senfett –. E persone che per trent’anni hanno vissuto sotto i portici devono essere accompagnate, anche solo per reimparare a tenere un frigo ordinato». Per questo la Comunità di Sant’Egidio punta, assieme alla diocesi, a piccole comunità di due o tre persone, in cui rieducare le persone anche a gestire il denaro. Perché, oltre a chi vive delle monetine che cadono nelle ciotoline dalle mani dei passanti, c’è un mondo di persone in difficoltà che un piccolo reddito ce l’ha, magari da pensioni di invalidità o da redditi di cittadinanza, ma a volte quel denaro viene bruciato ai videopoker, uno dei problemi più seri di origine della povertà. E così, anche chi ha avuto la chance di un inserimento in una casa popolare, senza qualcuno che lo assista, rischia di vivere come un clochard anche sotto a un tetto, senza luce e gas per non aver pagato le bollette, e «finisce nel baratro della morosità – conclude Senfett – con il rischio di perdere anche quella casa che aveva avuto».

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