jus scholae
Grazia Baroni analizza in questo contributo la decisione della Commissione Affari Costituzionali di accettare la legge aullo Jus Scholae proposta dal presidente Giuseppe Brescia, ribadendo il nesso essenziale tra la formazione vicile promossa dalla scuola e la partecipazione democratica.
In questi giorni tremendi in cui l’umanità sembra aver perso il senso del valore di sé e della storia, c’è una luce di speranza che viene dalla Commissione Affari Costituzionali che ha finalmente accolto la proposta di legge presentata dal suo presidente, il deputato Giuseppe Brescia. Questa riconosce ai bambini e ai ragazzi stranieri, nati in Italia da genitori stranieri e residenti in Italia da più di cinque anni di acquisire il diritto di cittadinanza a condizione di avere compiuto almeno un ciclo del servizio scolastico nazionale.

I mezzi di informazione dovrebbero non solo limitarsi a riportare questa notizia, ma darne ampio risalto sottolineandone il valore, affinché gli Italiani non ne siano solo informati ma che comprendano l’importanza di questa legge e ne prendano piena consapevolezza, comprendendone il valore civile e democratico

Oltre ad aprire una strada per una vita più degna e responsabile nei riguardi delle nuove generazioni di italiani e di quelle esistenti, questa proposta di legge conferisce automaticamente alla scuola un irrinunciabile ruolo: il ruolo di creare dei nuovi cittadini, di armonizzare le culture non per appiattirle o negarle o uniformarle, bensì per valorizzarle reciprocamente in un intento di obiettivo condiviso e di convivenza e armoniosa.

Si riconosce di fatto all’istituzione scolastica il ruolo di essere strumento di formazione civile, di essere l’organo preposto a informare dei principi su cui si fonda la repubblica italiana e a costruire un legame sociale, e non solo attraverso l’insegnamento della lingua, mezzo principe di trasmissione e interazione.

Gli avvenimenti dei tempi recenti, dal cambiamento climatico, all’emergenza sanitaria, e adesso alla guerra, dovrebbero averci insegnato che quando si riconosce di aver raggiunto il limite di un certo modo di vivere, perché se ne vedono le carenze e i difetti, si deve immediatamente rinnovare il sistema. Un esempio chiaro è proprio il cambiamento climatico: già dagli anni 70 si erano intravisti i punti critici di un sistema basato sul consumo (“Rapporto sui limiti dello sviluppo” commissionato al MIT dal Club di Roma) ma si è continuato come se nulla fosse, giungendo alle urgenze che stiamo vivendo ora, a cui è ormai molto difficile rispondere senza drastici cambiamenti.

Da tempo ci si è resi conto che il motore che porta allo sviluppo democratico di una società è la formazione culturale, a partire dalle istituzioni scolastiche, compresa l’università, fino alle diverse sfaccettature dei servizi culturali come teatri, cinema, biblioteche, organizzazioni artistiche, musicali e sportive, che sono tutti servizi che riguardano la cura della persona e delle relazioni sociali nella loro complessità. Questa consapevolezza, però, non si è tradotta in un indirizzo governativo. Al contrario, si sono sempre sottratti dei finanziamenti alla cultura.

Se individui lo strumento fondamentale affinché la società possa svilupparsi nelle sue qualità civili e democratiche, questo deve essere messo al primo posto negli interessi nazionali, e gli si deve dedicare il supporto, anche finanziario. confacente all’importanza del compito che è chiamato a svolgere. Di conseguenza, lo stato deve mettere ad un posto molto più alto nella scala dei valori non soltanto l’investimento nelle strutture fisiche delle istituzioni culturali, ma soprattutto la formazione degli insegnanti e della dirigenza che garantiscono una qualità del servizio adeguato alla sua immensa responsabilità.

È necessario investire sulla formazione degli insegnanti perché il servizio scolastico per essere efficace, deve essere sempre all’altezza, se non un passo avanti, della società che si evolve, che è rappresentata dai giovani, senso stesso della scuola. Di conseguenza deve essere duttile, agile e capace di accogliere la novità. Attraverso le sue discipline, in particolare la lingua italiana e la storia, la scuola permette alle generazioni nuove di integrarsi con quelle precedenti dando loro gli strumenti per entrare in una società già strutturata e, senza scontri generazionali, dar loro lo spazio per rinnovarla e renderla migliore. La scuola è il luogo fisico dell’interscambio generazionale e culturale di umanità e maturità civile.

La formazione deve essere continua; dedicare denaro e risorse ai servizi culturali. E’ sbagliato considerarla un costo, spesso e volentieri da tagliare. È un investimento che rende, in termini di sviluppo di risorse creative e in riduzione del disagio sociale. La mancanza di investimento, invece, porta all’ignoranza, all’imbarbarimento, all’abbandono scolastico, che è il reale costo della scuola, in quanto spreco.

La pandemia lo ha dimostrato. La chiusura sia pure temporanea delle scuole sta mostrando i suoi effetti: in questi ultimi mesi sta emergendo il problema delle bande giovanili che, private di socialità e confronto umano, fanno delinquenza sul territorio con l’aiuto dei mezzi informatici, duttili, agili e veloci, e per questo rispondenti alla vitalità giovanile.

La democrazia è forte perché non teme la libera scelta dei suoi destinatari: mette a disposizione tutti gli strumenti che possiede perché ciascuno possa realizzare la propria libertà. L’accoglienza e il riconoscimento di questi nuovi cittadini del nostro paese diventa quindi un punto di forza, di nuova vitalità in una società libera che non teme confronti e dibattiti e accoglie le differenze come un valore capace di renderci più forti nella nostra stessa cultura e non come una minaccia. Quindi il Parlamento, approvando questa legge, farà un passo nella direzione di quel processo democratico tracciato dalla nostra costituzione nei suoi principi fondamentali. Costituzione che è stata scritta per costruire un mondo di pace permanente.

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